“Se non fossi Bob Dylan penserei che Bob Dylan abbia un mucchio di risposte”
(Bob Dylan)


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“La musica popolare non ha storia: il suo livello culturale si pone oltre gli eventi storici: è sempre pre-isorica. Anche quando se ne conosce la data di nascita, la sua collocazione è fuori dalla storia”


(Pier Paolo Pasolini)


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Dedicato ad Alan Lomax e a Diego Carpitella che hanno viaggiato veramente.




Un mucchio di cd appesi al muro rappresentano il mio girovagare per il mondo, sono lì rigidamente suddivisi per immaginarie categorie estetiche; jazz, rock, folk etc. Credo di aver visitato molti paesi in questo modo, cioè almeno immaginato, percorsi guardando il soffito immobile della stanza, solo pochi veramente percorsi con i piedi. Però è quello che possiamo fare oggi, girare il mondo attraverso le sue musiche in un illusorio quanto esaltante girovagare per culture e mondi, tutti in pace all'interno della mia fantasia, rilassati e meditativi, allegri o tristi ma senza grosse complicazioni. Ma, precisando e puntualizzando, senza esotismi o estetismi. Sarà un muro di cd appesi e catalogati a fare il mondo? Idealmente sì, il mondo che costruisco nella mia testa così inoffensivo e colorato è quanto posso immaginare e fare di meglio spesso inventando per sopportare un grigio “presente culturale”. Certo il viaggiatore da fermo ha i suoi limiti, gli stessi limiti in qualche modo che ha il viaggiatore superficiale che viene “calato” in una realtà esotica e balneare senza sapere nulla, diciamo un villaggio vacanze dove la musica è la stessa che si ascolta a casa o con le cuffiette in qualche distratta indigestione di inutili frequenze durante una serata di jogging a latere del traffico urbano. In fondo cosa cambia? Io tutti i mondi li ho immaginati attraverso la musica, qualcuno l'ho visitato certo, ma il vero viaggiatore da fermo rimane legato alla propria idea immaginaria e fantasiosa del procedere delle note e della musicalità, certo ho visto tutto del mondo... o quasi.


(Per una geografia immobile e auditiva: un mondo fatto di suoni si contrappone ad un mondo fatto di testate nucleari?)



I paesi che conosco: guida pratica per il viaggiatore da fermo.





Brasile:

Il Brasile lo conosco bene, certo l'ho visitato centinaia di volte, è il mio paese musicale preferito, diciamo il paese dove approcciano meglio alla musica a mio modo di vedere. Certo non l'ho mai visitato veramente. L'ho immaginato: San Paolo, Rio de Janeiro, Salvador de Bahia, luoghi distantissimi tra di loro che costituiscono scuole musicali diverse e luoghi geograficamente e culturalmente molto lontani. Luogo di grandi creatori di canzoni mai sopiti e grandi voci: Caetano Veloso, Gilberto Gil, Gal Costa, Maria Betanhia, Marisa Monte, Lulu Santos, Adriana Calcanhotto, Rosalia de Souza, Dijavan, Joao Gilberto, Tom Jobim. Non è forse Jobim l'unico creatore di standard jazz capace di tenere testa agli americani e la bossa-nova l'unico genere a fare il percorso inverso del processo di americanizzazione e standardizzazione della musica nel mondo? E quel modo molle, rilassato, corporeo di suonare? Può esistere una musica così in Austria? Io dico di no. Quante volte ho visitato il Brasile? Mille e nessuna questa è la verità.



Italia:

In Italia ci abito, cioè sono residente nonché cittadino legalmente. L'ho anche girata abbastanza, cioè proprio fisicamente tipo a piedi e in macchina o in treno. In Italia mi piace il jazz, certo, avete letto bene, mi piace pensare che il jazz venga in fondo riportato a casa dove era, in qualche modo nato, certo, è talmente europeo che non può che essere di casa proprio qui. Non mi nascondo di certo e mi piacciono: Enrico Rava, Bollani, Fresu, Petrella, Cafiso, Pieranunzi, Sandro Gibellini, Trovesi e molti altri. In Italia ci sono anche i cantautori, solo che per quello non mi devo muovere molto, sono cresciuti proprio vicino a casa mia, cioè posso vedere facilmente quello di cui parlano, sono proprio intimamente vicini; Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, Bruno Lauzi, poi ci sono Sergio Endrigo, Vinicio Capossela, Nada Malanima, Paolo Conte e tutti gli altri. La musica popolare, il jazz, i cantautori, la tradizione classica e compositiva, culturale, Caterina Bueno, voglio dire...basta...basta saper ascoltare, tendere l'orecchio in qualche stradina nebbiosa, in qualche campagna toscana, in qualche piccolo locale senza essere Alan Lomax intendo, beh...diciamolo è facile è solo questione di aver voglia di ascoltare, è una geografia compiuta che possiamo conoscere a nostro modo, ce l'abbiamo dentro, spesso molto dentro, molto ma molto dentro... quasi nascosta.



Stati Uniti:

Negli Stati Uniti c'è Bob Dylan, voglio dire puoi conoscere molto, questo e quello, da nord a sud da ovest a est ma poi c'è Bob Dylan. Non è che ne puoi fare a meno, quando leggi per la prima volta un suo testo capisci che non avevi ancora ascoltato niente. Poi c'è tutto il resto. E ce n'è parecchio, talmente tanto che è come se fosse anche casa nostra. Lucinda Williams, Johnny Cash, Willie Nelson, Muddy Waters, Jimy Hendrix, Robert Johnson... non saprei, la lista è così lunga e complessa. E' come girare in macchina in lungo e in largo per distanze senza fine e senza tempo con centinaia di cd inesauribili. Credo di aver visto molto di quel paese e anche nulla, il viaggiatore da fermo rimane sempre un po' allibito di fronte ad un posto simile e cioè: ma ci dovrei andare per davvero o no?



Inghilterra:

In Inghilterra ci sono i Rolling Stones, soprattutto quello per me. Cosa sarebbe il rock senza le facce rugose e giogionesche di Ronnie Wood e Keith Richards, cioè senza quelle chitarre Telecaster, Stratocaster con quel suono lì. In Inghilterra ci sono i rokketari, quelli bravi, il resto mi sfugge abbastanza, ma cosa fanno in Inghilterra di altro. Non saprei.



Irlanda:

In Irlanda sono poeti, bardi, hanno questa musica antica come i sassi, le scogliere. Ti sembra che la loro musica non abbia tempo cioè quando c'era qualcosa tempo fa, diciamo anche milioni di anni fa c'era già quella musica lì, magari la suonavano gli elfi, i folletti, gli alberi, le muse, le fate, i sassi non saprei. Ma le melodie senza tempo le hanno inventate proprio in quei posti. Se vuoi una melodia che canti la trovì lì. Poi c'è anche Sinead O'Connor, Van Morrison, gli U2. Dublino è un posto per poeti credo, roba da James Joyce, ci sono anche stato e posso confermare, è roba da poeti.



Francia:

In Francia sanno suonare il jazz, questo lo sanno anche i sassi, e poi c'è Django Reinhardt che è gitano però si associa alla Francia. C'è il valzer musette, il clarinetto, la fisarmonica , i cantautori degli albori (Brassens etc.). Il viaggiatore da fermo sicuramente ci ha messo piede qualche volta data la vicinanza, ma è forse cambiato qualcosa per la comprensione del luogo?



Finlandia:

In Finlandia mi colpisce la musica popolare, ci sono i Varttina, Maria Kalaniemi e per i cultori del grottesco e della raffinata e stralunata arte del regista cinematografico Aki Kaurismaki i Leningrad Cowboys. Hanno queste strane melodie, un po' ineffabili e malinconiche ma io mi immagino sempre grandi distese di betulle e laghi, abeti e verde sconfinato e architetture di Alvar Aalto. E' la terra della fine (fin-land) o di un inizio? Io credo di un inizio.



Balcani:

Nei Balcani si viaggia di fantasia, troppi stati, troppe distanze difficili, troppi monti, troppe lingue, troppe etnie. Quegli ensemble di fiati sono davvero incomprensibili, ma cosa stanno suonando ci si chiede? Eppure viene da ballare facilmente, è musica contagiosa di un allegria tutta balcanica, non sai mai se c'è da piangere o da ridere, sicuramente da ballare. Eppoi c'è Goran Bregovic che mette tutto insieme e ti porta nella terra del non so dove, diciamo proprio da quelle parti sembrerebbe, ma chi può dirlo che posto sia?



Conclusioni:




C'è già un inizio di qualcosa in questa peregrinazione casalinga, quel piccolo passo che porta verso l'esterno ed è l'inizio verso la comprensione del mondo che poi non è diversa dalla conoscenza di se stessi. Alcuni hanno viaggiato veramente in cerca delle musiche del mondo, difatti credo non esista lavoro più esaltante, anche nel ripercorrerlo, del lavoro compiuto da Alan Lomax in giro per il mondo sistematizzato poi in una serie incredibile di cd. Alan lomax così, un po' alla maniera di Pier Paolo Pasolini (e non lo cito a caso) aveva colto già negli anni 50 quella trasformazione della società così dolorosa e totale, trasformazione che non permette più al viaggiatore di cogliere la ricchezza del mondo. Eh sì, parlo di noi, proprio noi costretti ad ascoltare in un autogrill la stessa musica che ascoltiamo in televisione, che poi riascoltiamo nel centro commerciale, che poi ascoltiamo nelle cuffiette facendo jogging o lavorando, che poi ascoltiamo in macchina viaggiando alla radio, che poi riascoltiamo a casa nello stereo, sì correndo verso una paralisi interiore, paralisi delle emozioni, un black-out uditivo ed emotivo, una paralisi cerebrale, uno stordimento di decibel sparati inutilmente in testa senza motivo alcuno solo per stordirsi rispetto al mondo esterno così inefficacemente inespressivo o addiritura incomprensibilmente nocivo. Ok, ma io a questo punto stacco la spina e mi salvo, fatelo anche voi, è un consiglio da amico.



“Molti musicisti nelle città italiane considerano le canzoni dei loro colleghi di paese con un'avversione sempre più intensa, tanto forte quanto quella che gli afro-americani della classe media provano per le genuine canzoni folk del profondo sud (degli Stati Uniti). Questi italiani di città vogliono che tutto sia bello – cioè carino, o ingentilito. Pertanto (secondo lo stile di molti dei nostri cosiddetti folk-singers americani che sono attivi nel mondo dello spettacolo) i professionisti della musica folk in Italia lasciano fuori dalle loro esecuzioni tutto ciò che è irritante, che può disturbare o che è strano. E la Rai, fedele al suo tributo con Tin Pan Alley, trasmette un menu di pop napoletano e di jazz americano un giorno dopo l'altro, nelle ore di maggiore ascolto. E' naturale che i musicisti di paese, dopo una certa quantità di esposizione agli schermi della televisione e agli altoparlanti della Rai, possano incominciare a perdere sicurezza nella loro stessa tradizione.”



(Alan Lomax in “Saga of a Folksong Hunter”, 1960)



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